Il bosco infinito: ricordo semi-serio di una passeggiata in Aspromonte

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Il bosco infinito: ricordo semi-serio di una passeggiata in Aspromonte

di Manuela Curioni

Metti un escursionista del Nord.

Un tipo sveglio, preciso, uno di quelli che quando deve partire per un’escursione prepara lo zaino la sera prima e nello zaino ci mette giacca a vento, pile, sotto pile, maglietta di ricambio, occhiali e cappello, e poi guanti, bandana, barrette, crema solare, copri zaino, mantellina, acqua da bere e panino col salame, perché il salame, si sa, in un’escursione in montagna non deve mai mancare.

All’attivo quest’uomo (o questa donna, se assecondiamo le tendenze degli ultimi anni) ha escursioni di tutto rispetto compiute tra la Val d’Aosta e il Trentino e se poi ha la sfortuna di vivere in pianura, condizione che rende le ‘sue’ montagne simili a ricamo sopra l’orlo dell’orizzonte, è certo che nel suo curriculum siano finite anche un bel po’ di vette lombarde.

L’escursionista del Nord è cresciuto respirando il culto per l’alpinismo eroico nelle sacre stanze del CAI e ancora ricorda le alzatacce domenicali alle quattro del mattino per trovarsi in piazza ad aspettare il pullman, quando andare in montagna era un rito collettivo e nessuno si sognava di farlo usando l’automobile.

Ora, metti che questo escursionista del Nord senta parlare un giorno di un percorso dal nome insolito, Il Sentiero del Brigante, collocato in un territorio semisconosciuto – benché di larga fama –  come l’Aspromonte di Calabria, terra di passaggio che lui fatica ad associare alla parola montagna. E infatti l’associazione non c’è, perché malgrado l’esistenza del Parco Nazionale dell’Aspromonte l’altezza dei suoi rilievi non supera i 2.000 metri (ci prova invano il Montalto fermandosi però, a dispetto del suo nome, a 1.956 metri) e al di sotto dei 2.000 metri, agli occhi di un escursionista del Nord, non si può proprio usare l’appellativo di montagne: si può chiamarle cimuzze o cimette, panettoni e montagnole, punte o  pinnacoli, culmini e sommità, ma definirle montagne questo proprio no!

Malgrado la questione dell’altezza l’escursionista del Nord si scopre curioso di fronte alla possibilità di camminare così lontano da casa e decide che per una volta nella vita si vanterà con gli amici del CAI non di essere salito bensì di essere disceso, tanto che adesso il solo pensiero di prendere un aereo per andare a camminare incomincia a mettergli un non so che di allegria.

Così l’escursionista del Nord affronta i mille chilometri che lo separano da Reggio Calabria, dove deve ammettere che la bellezza plastica dei Bronzi di Riace regge il confronto con il David di Michelangelo, si lascia tentare da un pasto a base di brioche e gelato – un vero azzardo culinario per chi la brioche ha imparato ad associarla soltanto al cappuccino – e poi si infila sul pullman per Gambarie, intruppato in un gregge di escursionisti che, ancora non lo sa, diventeranno i suoi compagni di viaggio  lungo il Sentiero del Brigante. E proprio su quel pullman fa esperienza per la prima volta di cosa voglia dire vivere in una terra dove le più elementari regole della convivenza civile possono saltare per una cosa banale come l’aver terminato i biglietti per una certa destinazione, una cosa che al Nord – sarebbe pronto a giurarlo – proprio non succederebbe mai.

Ma qui siamo al Sud e siccome anche quello per Gambarie è un pubblico trasporto, la bigliettaia s’ingegna a tirar fuori i biglietti per un’altra località smerciandoli ai passeggeri che devono pur avere un titolo di viaggio e poco importa se alla fine, a Gambarie, scenderanno passeggeri autorizzati e altri che avranno pagato soltanto per circolare tra i quartieri di Reggio, da Cataforio a Ortì.

A Gambarie l’escursionista del Nord riconosce il profumo dei pini secolari ma non fa in tempo a immergersi in quell’atmosfera un po’ decadente delle località di villeggiatura degli Anni Sessanta che ad aspettarlo al ristorante Il Bucaneve trova un cenone degno di Capodanno.

E insieme al cibo anche l’accoglienza del Gruppo Escursionisti d’Aspromonte che ha organizzato l’avventura lungo il Sentiero del Brigante: accoglienza di prima categoria, con tanto di Carta del Camminante da timbrare e maglietta del Sentiero.

L’escursionista del Nord trova conferma al suo pregiudizio sul gusto un po’ barocco che da sempre contraddistingue i meridionali e intanto si rimpinza di polpette di melanzane, frittelle di pesce stocco e primo sale pastellato, soccombe sotto una valanga di maccheroncini di pasta fresca con note di nduja e di ricotta, per finire arreso davanti al filetto di un maialino al sesamo tostato.

“Tanto smaltirò tutto durante il trekking” pensa l’ingenuo escursionista abituato ai minestroni dei rifugi sotto il Monte Rosa e dalla camera con vista sull’isola di Stromboli si gode il silenzio di quella prima notte aspromontana.

All’appello del giorno dopo manca una decina di persone: la colazione è quasi un altro pasto e le partenze all’alba sono già un ricordo strano. A poche centinaia di metri da Gambarie la comitiva si immerge nel bosco che circonda l’abitato e da subito l’Aspromonte diventa una foresta di faggi, lecci e pini calabri, una boscaglia che dà ombra e tregua a chi cammina lungo i suoi tratturi e che sa regalare porcini di gran razza a chi ha l’occhio lungo dell’andar per funghi.

L’escursionista è uno in mezzo a tanti ed è bello scambiare i nomi e le esperienze, scoprire che l’Italia è ben rappresentata e che non c’è soltanto il Nord che ama camminare. Le ore sgocciolano via come ciliegie, dapprima ciarliere e un po’ curiose su quella flora che non sembra dar ragione di un nome altisonante, perché l’Aspromonte, a chi non lo conosce, evoca sentieri aspri di roccia e vento; poi le ore del giorno si fanno rallentate e quasi sazie di un sottobosco che sembra non finire, dove non ci sono passi né cime e neppure alpeggi abbandonati a segnare quanto cammino è stato fatto e quanto resti ancora da fare.

Alle cinque del pomeriggio l’escursionista del Nord si avvicina alla guida e trova il coraggio di formulare la domanda che serpeggia nella mente di tutti i partecipanti.

«Manca tanto al rifugio? Perché vedi, guardando qui sul cellulare, l’applicazione mi segnala che siamo ben oltre i 16 chilometri della tappa odierna…saremmo già a 20, forse 21 chilometri…insomma non riesco a spiegarmi questa lunghezza visto che sul programma…»

«Quanto manca di preciso non lo so, forse sul programma c’è stato un errore di battitura, ma io, per me, son arrivato – taglia corto la guida con fare sornione – sento l’odore del rifugio e quando sento l’odore del rifugio, possono volerci ancora due ore ma io, per me, sono arrivato.»

L’escursionista del Nord resta interdetto per quelle parole che dicono e che non dicono, parole che ti fanno intravedere una conclusione per poi scippartela da sotto il naso un istante dopo, come se la fine della tappa assomigliasse più a un miraggio che a una certezza.

Alle ore 17,45 il bosco che è iniziato a Gambarie e ancora non dà segni di voler finire si spegne all’improvviso. L’escursionista volge lo sguardo a ovest: là dove un attimo prima si infilavano i raggi del sole a creare magie da fata adesso trova solo un esercito di nebbie che avanzano al galoppo fino a conquistare l’altopiano.

“La nebbia in Aspromonte? A luglio?” si interroga sconsolato l’escursionista del Nord, che una tale cortina di bambagia non vedeva da anni neppure in Val Padana.

Intorno a lui le anime del bosco hanno assunto un’aria minacciosa, al pari delle pietre e del sentiero che spiana senza portare in apparenza da nessuna parte. L’immagine di un bosco dolce si è frantumata in un istante e per la prima volta ode, in lontananza, l’eco del fiato corto dei briganti in fuga, pronti a barattare l’agio di una casa calda per un sogno pazzo di libertà.

Un’altra mezzora col cuore in gola e l’escursionista giunge finalmente a destinazione.

Adesso lo riconosce anche lui l’odore del rifugio, che non è soltanto il profumo dei maccarruni o delle polpette alla mammolese: è l’odore di funghi di quel bosco infinito che si è rivelato essere l’Aspromonte, l’odore di muschio che gli ricorda umidori baltici; è lo scricchiolio del fogliame già secco sotto la suola delle scarpe e la trasparenza lucida dei tappeti di felci; è il gioco delle lame di sole che si infilano nella foresta scaldandola di presenze fatate ed è l’odore di pioggia appiccicato alle nebbie calate sul far del tramonto, a illuderlo che all’orizzonte non ci siano distese di mare bensì prati e colline, come se i Piani di Carmelia si trovassero in Scozia anziché sul finire dell’Europa.

Al Rifugio Biancospino un giardino fiorito attende l’escursionista come un’oasi nel deserto. Nulla da invidiare a uno chalet tirolese, con cespi di margherite e lavanda ancora in fiore, con rose e alberi da frutta e con il calore familiare di qualcuno che ha trovato il coraggio di lasciarsi alle spalle le connessioni virtuali per tornare a vivere in contatto con la natura.

Dopo cena, l’escursionista del Nord si accoccola sotto le stelle, riconosce il Carro dell’Orsa Maggiore e apprezza il calore del pile che, contro ogni aspettativa, l’Aspromonte impone.

Nella mente risuonano i racconti sui briganti che hanno infestato e amato quella terra e infine, libero da etichette e pregiudizi, può godersi il meritato riposo dopo quella lunga passeggiata nel bosco e sentirsi finalmente a casa, malgrado resti un escursionista del Nord capitato quasi per caso in una terra così vicina all’Africa che ogni starnuto di scirocco la riempie di sabbia rossa del deserto.

Ma non sono i punti cardinali a fare di un territorio il luogo in cui sentirsi a casa, bensì il sorriso della gente e il suo modo di dirti buongiorno.

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